Carissimi redattori e amati lettori,
L’EDITORIALE – agli inizi di questo nuovo anno, siamo quasi alla fine della linea editoriale. Dopo aver ribadito il concetto di come molto possa dipendere da noi, grazie alla sensazione di appartenere a un mondo che vogliamo migliorare, ho scelto di prendere ciò che aleggia nelle nostre teste, e talvolta è manifesto del proprio io: i pensieri.
Non ho riflessioni ordinate, solo abbagli che di impulso mi arrivano e subito penso, scioccamente per alcuni che leggeranno, a Platone e la teoria delle idee che stanno nell’iperuranio. Esso, per il filosofo, non è che una dimensione superiore al livello terrestre dove stanno le idee, ma la cosa interessante è che c’è un collegamento fra il mondo sopra, perfetto, ineguagliabile, e quello reale, materiale degli umani. Il filosofo riteneva che quando v’era un pensiero, vi fosse la reale possibilità che questo si rifacesse all’idea della cosa pensata. Successivamente il logos, inteso come ragionamento, e dopo la parola, vista come atto descrittivo o intelligibile dell’idea voluta, enunciava questa. Chiaramente, per i greci, il pensiero di tipo razionale era la capacità massima della mente per arrivare alla conoscenza delle cose.

Bene, oggi molte discipline della scienza, filosofie alternative e la nuova riscoperta di alcune religioni orientali, guardano con simpatia all’importanza dei pensieri nella nostra mente. Lasciando perdere la credenza preferita, è interessante vedere come ciò che pensiamo sia filtro originale della realtà personale. Tale filtro non basta a tradurre la realtà che viviamo, perché essa non è esterna. L’esterno è percepito, accettato o rifiutato in base a quello che siamo in un determinato tempo: sono le inclinazioni caratteriali di un soggetto, a fargli osservare la realtà in una maniera, ed egli se è capace di orientare la propria mente su un obiettivo si adopera per arrivarci. Potremmo dire dunque, che sono i desideri che suggeriscono la via, le necessità di raggiungerli a spingerci nel cammino e il pensiero di un godimento nel percorso, che percepiamo simile alla sensazione di felicità, a farci perseverare.
Devo ammettere che se fosse così semplice, ognuno potrebbe essere ciò che vuole, diventare chi crede, ed esprimersi al meglio delle sue possibilità … purtroppo, è questa la nostra fortuna. Si, una fortuna, perché se noi fossimo le stesse persone all’inizio e alla fine di un percorso, non cresceremmo mai e mai miglioreremmo l’animo. C’è una variante comunitaria, che vale per tutti, non importa i soldi che possiedi, lo status con cui ti percepisci, e nemmeno tanto la volontà di agire: la sofferenza. Quanto siamo disposti a soffrire per cambiare la nostra vita? Non pretendo risposta da una domanda del genere, certo è che partendo dal presupposto che è sempre meglio fallire che rinunciare, è interessante vedere come soffrire sia un atto necessario alla comprensione del sé e del nostro rapporto con gli altri: non è forse vero che agiamo, anche, per essere accettati? Ma è sbagliato voler far parte di una comunità? Si, noi vogliamo essere accettati, perché siamo animali sociali, e no, non è sbagliato voler far parte di qualcosa. L’unica cosa che nel lungo termine accettiamo, con nostra sorpresa, è il lasciar andare tutti quelli che credevamo potessero condividere con noi una visione.
Adesso, andando allo step successivo, è necessario accorgersi di come dopo la tempesta, mente e cuore facciano scelte che predispongono il futuro: immediatamente negli iter dei nostri percorsi di vita, appaiono persone con animo simile, di rassomigliante linguaggio, e qui accade la comunione dei pensieri. Quando non siamo ascoltati o condivisi, possiamo cambiare al fine di non soffrire e cercare altri spazi dove risuonare, sia in solitudine che in compagnia. Mai sentito di broker maestri di Yoga, musicisti laureati in medicina o contadini amanti di Opera? Questi, sono i piacevolissimi casi di come i pensieri siano incontrollabili di fronte al desiderio di esplorare e la necessità di conoscersi, dunque non è vero quando ci spingono ad essere solamente una cosa nella vita.
Ho solo una certezza, che i pensieri non abbisognano tanto di parole, e non pretendono dimostranza nei fatti … possono anche rimanere in quel mondo iperuranico, fatto di favole e uragani, dove solo chi ha il coraggio di aggrapparcisi sa benissimo a chi e come manifestarli, nel cammino unico e incredibile che ognuno chiama vita.
Paolo Cavaleri